Pachamama e l’idolatria entrano nella chiesa dell’apostata Bergoglio

L’improvvisa e sconcertante apparizione di Pachamama sulla ribalta del cattolicesimo, l’adorazione di questo brutto idolo pagano da parte di esponenti della gerarchia e l’ossequio, se non la venerazione, verso di esso mostrato perfino dal pontefice romano (o meglio da colui che si spaccia per tale) ha rivelato, di colpo, l’estensione e la profondità del fascino inquietante e blasfemo che il paganesimo indigeno del Sud America esercita su settori non piccoli della chiesa cattolica, partendo da quella tedesca. Tedesca, infatti, è la regia del sinodo per l‘Amazzonia dell’ottobre 2019; tedesca, anzi austriaca, è la sua eminenza grigia, il vescovo Erwin Kräutler, quello che si vanta di in aver convertito né battezzato un solo indigeno nell’arco di quarant’anni di “missione”; e tedesca la volontà di servirsi del sinodo per operare dall’interno uno scardinamento della disciplina, della pastorale e della stessa dottrina cattolica, introducendo il matrimonio per i sacerdoti, il sacerdozio o almeno il diaconato femminile, e sdoganando i culti indigeni in vista della creazione di un sincretismo cattolico-pagano. Così come tedeschi sono in gran parte i finanziamenti che giungono in Vaticano dalle Conferenze episcopali, delle quali la più ricca è, di gran lunga, quella tedesca, cosa che evidentemente le dà l’audacia di dettare lei la linea pastorale e dottrinale, come il cardinale Marx non si stanca mai di evidenziare, anche in tema di normalizzazione e piena accettazione della sodomia.

Il 12 ottobre 2019 nella chiesa romana di Santa Maria in Transpontina, viene celebrata una messa i cui testi sono una acritica apologia del Buon Selvaggio e, nello stesso tempo, un’implacabile, rovente requisitoria contro i cristiani, colpevoli d’infinite malvagità a danno dei popoli indigeni, a quanto pare compresa quella di aver voluto evangelizzarli. Alla cerimonia era presente nientemeno che un cardinale, Michael Czerny, il quale, a quanto è dato sapere, non ha mostrato alcun segno di sorpresa, né di contrarietà o d’imbarazzo. A titolo di esempio di questa “messa”, riportiamo le parole che venivano cantate a nome e per conto degli indigeni: Vivevo in una nudità incontaminata, giocavo, piantavo, amavo, / generavo, nascevo, crescevo / la nudità pura della vita: al che, il coro dei “fedeli” (fedeli di chi o di che cosa?) rispondeva: E noi ti abbiamo coperto, / con abiti maliziosi. / Abbiamo violato le tue figlie. / Ti abbiamo dato come morale / la nostra ipocrisia. Sissignori, avete letto bene: queste parole sconcertanti, assurde, blasfeme, sono state cantate nel corso della liturgia della messa cattolica, mentre l’idolo della dea Pachmama, raffigurante una donna nuda e incinta (incinta di chi? forse del diavolo, secondo alcuni) troneggiava dentro la chiesa e si sostituiva al debito culto verso il Signore Iddio e alla venerazione della Vergine Santissima.

C’è bisogno di altre prove per mostrare che la follia primitivista e la smania nudista sono entrate nella chiesa dalla porta principale, sotto le folate del vento satanico che da secoli alimenta le fiamme dell’odio e del disprezzo per tutto ciò che è santo e cattolico? È evidente, nelle parole di questo canto anticristiano, il rammarico di quei cattolici che odiano la chiesa e vorrebbero diventare anch’essi dei Buoni Selvaggi, spogliarsi dei fastidiosi panni della civiltà e del Vangelo e rinascere, come diceva Gauguin, a una vita nuova. Che non è quella di Cristo, redenta dal peccato, ma quella del paganesimo, dove il peccato si è dissolto…

Chi scrive queste note sa pochissimo di teologia. E’ un credente cresciuto nel cattolicesimo, che, pur tra mille dubbi alimentati da un mondo incomprensibile, aspira ad essere un operaio nella vigna del Signore. In questo spirito, accettò con pazienza il disarmante “buona sera” con cui Jorge Mario Bergoglio salutò il popolo cristiano dopo la sua elezione a romano pontefice. E’ poi passato alla perplessità, allo sconcerto, infine al disgusto e – con una parola desueta – allo scandalo per quanto avviene nella Chiesa cattolica, una volta madre e maestra.

Nelle ultime settimane il confine tra innovazione e rivoluzione è stato oltrepassato. Il sinodo dell’Amazzonia ha trascinato con sé quanto restava del depositum fidei. Non parliamo delle polemiche relative al celibato, all’ordinazione femminile o al diaconato per viri probati, padri di famiglia di notoria moralità. Sono questioni importanti, ma non riguardano il nucleo della fede. La frontiera che temiamo sia stata varcata è quella del panteismo e dell’idolatria. In Amazzonia, simbolo dello sfruttamento del Creato per motivi economici, è nato un culto nuovo, quello verso la Madre Terra. “La sapienza dei popoli ancestrali afferma che la madre terra ha un volto femminile, i loro culti meritano di essere conosciuti nella loro relazione con il bosco e la madre terra”, recitano i documenti approvati.

Per il semplice fedele, per il quale madre è la Madonna, “vergine madre figlia del tuo figlio” e il Padre ha il nome antico e venerabile di Dio, è uno scioccante panteismo. Tornati a Roma, i turisti amazzonici sono riusciti ad andare oltre, portando a San Pietro, tra piume e danze tribali, la statuetta di una divinità animistica andina, Pachamama, la madre terra, figlia di Inti, il Dio Sole, dea della fertilità e dell’agricoltura. Un idolo è stato introdotto nel tempio più importante della cristianità ed ha ricevuto l’omaggio del papa. Sgomentano le parole del teologo brasiliano Paulo Suess, secondo cui “anche se fosse stato un rito pagano, ciò che è accaduto è stato un servizio di adorazione”. Hanno adorato un feticcio cui si attribuiscono capacità soprannaturali – dare fertilità, propiziare buoni raccolti- anziché Dio.

Sono cristiano vecchio, esclamava orgoglioso Sancho Panza; cerchiamo di esserlo anche noi. Restiamo ai Dieci Comandamenti, le tavole della legge dettate da Dio sul monte Sinai. Il primo è assolutamente chiaro, drastico: non avrai altro Dio all’infuori di me. Nel libro biblico dell’Esodo (20-2,17) Dio impone di non “fare scultura, né immagine alcuna delle cose che sono lassù nel cielo o quaggiù sulla terra o nelle acque sotto la terra. Non ti prostrare davanti a loro e non li servire”. Il popolo ebraico chiedeva ad Aronne di costruire un vitello d’oro davanti al quale inginocchiari e offrire sacrifici. L’idolatria è una malattia spirituale, in termini cristiani un peccato contro Dio, un atto di sfiducia nei confronti del creatore. Il primo comandamento è rovesciato. Non avrai altro idolo all’infuori di me, esigerà Pachamama inorgoglita dell’omaggio papale.

Speriamo nella misericordia divina, tanto amata da Bergoglio, affinché perdoni gli autori di atti che lasciano senza fiato. Strana misericordia, quella di un Dio che non giudica più il bene e il male da egli stesso distinti nei comandamenti e ispirati nel cuore dell’uomo. Capita di sentire critiche ai comandamenti, anche da parte ecclesiale, accusati di stabilire una sequenza di divieti. Intollerabile, per l’uomo moderno, non essere Dio e giudice di se stesso, ma le Tavole insegnano che nell’uomo coesistono il bene e il male. Dio stesso lo ha detto, con una premessa solenne: io sono il Signore, non avrai altro Dio all’infuori di me. Ha separato il bene dal male, non ha posto sul trono nessuna madre terra o Gaia. Non c’è nessuna religione universale, né ammette sincretismi, New Age, tanto meno il naturalismo, il panteismo che fa della natura – ex creato- la madre da idolatrare.
Pachamama è un idolo, come quello del marinaio Queequeg di Moby Dick, che non si separava mai dal suo piccolo Yojo, adorato come una divinità. E’ questo il presente della Chiesa impegnata a chiedere scusa a tutti. Quale conclusione può trarre l’uomo della strada, se una grande agenzia spirituale con duemila anni di storia implora perdono per tutto? E’ ovvio che la Chiesa abbia commesso errori, è formata da uomini, ma se si scusa battendosi il petto, chiunque ha diritto di pensare che ha sempre torto. Perché dunque prestarle orecchio?  Ora afferma una sorta di equivalenza delle fedi. Nella dichiarazione firmata ad Abu Dhabi, Bergoglio ha sottoscritto che tutte le religioni sono “volontà di Dio”. In termini umani, è evidente che le diverse civiltà hanno prodotto una loro idea di Dio, uno specifico percorso verso la trascendenza. Il cristiano sa però, poiché è (era?) parola di Dio, che Gesù è via, verità e vita.

Non sappiamo se le parole di Francesco siano eretiche, ma spaventa il relativismo sulla bocca del successore di Pietro, come l’ordine di insegnarle nelle università pontificie, creando una commissione per diffondere un’equivoca dottrina. Ma si sa, adesso la profezia vale più della dottrina. Peccato che non si vedano all’orizzonte profeti, ma attivi decostruttori dell’impianto che ha attraversato i millenni e vertebrato la nostra civiltà. Le fedi sarebbero equivalenti: basta il senso di Dio, il sentore vago di un Oltre per essere nel giusto. Nel giusto rispetto a che cosa?

La verità cristiana è semplice: l’uomo è creatura fatta a immagine e somiglianza di un’entità creatrice, Dio, che ha inviato il suo figlio per “la nuova ed eterna alleanza” con l’umanità. Osteggiato dal potere, Gesù è stato crocifisso ma ha vinto la morte risorgendo, ed il suo regno non è di questa terra. Ogni essere umano è suo figlio e può partecipare all’eternità, se si attiene al Bene che il Creatore gli ha ispirato o direttamente insegnato, a partire dal primo comandamento. Dio non è un feticcio, pretende l’esclusiva. Niente Yojo del buon Queequeg, nessuna Pachamama, tanto meno a San Pietro. Le statuette sono poi state portate in una chiesa romana, dove si sono svolti strani riti magico idolatrici denominati “momenti di spiritualità amazzonica”. Gettate nel Tevere da alcuni cattolici, sono ricomparse (miracoli della foresta pluviale) non senza che il vescovo di Roma si scusasse con chi si fosse sentito offeso dall’asportazione degli idoli. Nessuna scusa nei confronti dei fedeli umiliati.

L’inseguimento affannoso si è concluso: la chiesa raggiunge il mondo, ma diventa inutile, un’organizzazione caritatevole tra le altre, il cui quid pluris, il trascendente, è dimenticato. Dio è rimosso, non è nemmeno un convitato di pietra, ma il fastidioso elefante in cristalleria. C’è, ma negano la sua presenza, in attesa di estrarre il cartellino rosso ed espellerlo dal campo per gioco pericoloso. Troppo esigente, la pretesa di essere unico, addirittura redentore. La vita eterna, l’immortalità dell’anima, i novissimi della tradizione, sono cancellati. Meglio le piume di qualche tribù, il feticcio della madre terra: più che profezia, è il travestimento estremo di chi non crede più.
La chiesa sembra vedere se stessa come un’organizzazione tra le altre, rinunciando al ruolo magisteriale che le conferì Gesù. Egli stesso esce malconcio dalla neo Chiesa idolatrica: la sua vita è relativizzata, i racconti evangelici non sono sicuri, mancano le prove, il demonio con cui lottò nel deserto è una metafora del male. Chissà se il terzo giorno è risorto, “secondo le Scritture”, tanto poco scientificamente attendibili. Confusi, in crisi di fede, si rifugiano negli idoli. Resta, fulminante, l’intuizione di Gilbert Chesterton. “Da quando gli uomini non credono più in Dio, non è che non credano in nulla: credono a tutto.” Idoli ce ne sono in quantità: il denaro, il potere, il sesso, l’eterna giovinezza, le ideologie, la scienza, l’umanità.

Un altro idolo assai caro alla neo Chiesa è il migrante. Nessun dubbio sul rispetto dovuto a ciascun uomo, ma una follia settaria ha colto sacerdoti e prelati che, in nome dell’idolo-migrante, negano la qualifica di cristiano a chi difende la sua gente e non vuole, come dire, “acculturarsi”. Chiamano assassino (la misericordia, reverendi padri, la misericordia!) chi disapprova l’immigrazione di massa. Lo straniero, ridefinito “migrante” in ossequio al nomadismo liquido imperante, è un uomo, non un idolo da adorare o a cui baciare i piedi.

Pachamama è un rispettabile simbolo identitario di alcuni popoli, non un totem da recare in processione a San Pietro e porre a lato del Santissimo Sacramento. Hanno invocato una divinità che non è Dio. Probabilmente non lo sanno, nel fervore del neofita: Dio toglie il senno a chi vuol perdere.
Viene un groppo in gola: eresia, apostasia, idolatria, o una confusione tanto grande da accecare, un caos in cui ci si aggrappa a qualunque appiglio perché Dio è uscito dal radar. Non è morto: peggio, è sparito, è l’ipotesi non più considerata, come per il biologo evoluzionista Lamarck. Idolo, peraltro, è ogni oggetto, o immagine che sia adorata e venerata in quanto ritenuta una divinità o un suo simbolo. Per Bacone gli idola erano i pregiudizi, le false credenze, i prodotti dell’ambiente. Auspicava una società ideale basata sulla scienza. Il suo idolo personale era la perfezione della città dell’uomo, come il cristianesimo secolarizzato.

Occorre chiedere lumi a papa Scalfari, l’esegeta massimo del pensiero di Jorge Mario Bergoglio. Temiamo che il vegliardo ateo abbia capito meglio di tutti il cammino della navicella di Pietro. Nell’ultimo articolo in cui si è occupato di chiesa, con il consueto tono ispirato del Maestro, ha fatto balenare l’ipotesi che il tifoso del San Lorenzo (la squadra di calcio argentina, non il santo delle stelle cadenti) non creda alla divinità di Gesù. La smentita, debole, per dovere d’ufficio, della comunicazione vaticana non ha convinto. Se avesse ragione Barbapapà, avremmo un pontefice non cristiano. Si spiegherebbero lo sfregio idolatrico, l’innamoramento amazzonico, la pastorale centrata sui migranti, il fastidio per la dottrina, le statuette e le invocazioni a pseudo divinità esotiche come Pachamama, figlia di Inti, il dio Sole.

Se Gesù non è Dio, il Vaticano dovrebbe, per coerenza, chiudere i battenti. La verità ultima o esiste e la Chiesa ne è depositaria, o ciascuno se ne può costruire una, rinchiudendola in un idolo personale. Intanto, milioni di persone non capiscono il linguaggio dei preti, il clericalese oscuro, infarcito di sociologismo d’accatto, lontano dalla chiarezza prescritta dal fondatore. Chiamiamo così Gesù per non dare giudizi: Dio, profeta, grande uomo, figura inventata, mai vissuta, il crocifisso un idoletto da taschino come Pachamama. Quando il popolo non capisce, fugge. Le chiese si svuotano tra chitarre, omelie politiche, sermoni incomprensibili, multiculturalismo e adesso invocazioni a divinità alternative.

Se la modernità è la storia del progressivo smarrimento dei valori cristiani in favore dell’egemonia dell’umanesimo, la post modernità a-cristiana rappresenta la completa dissoluzione e il fallimento dello stesso umanesimo. Il deserto spirituale, tuttavia, non è l’esito, ma una tappa della storia. Abbiamo bisogno non di idoli o di equivoche terre madri eco compatibili, ma di un nuovo medioevo, un’epoca di rifioritura spirituale e culturale. Bisogna tornare al reale, all’origine, all’umile ricerca della verità e del divino. E’ il pensiero di Gustave Thibon, il filosofo contadino, che la terra la calpestava senza invocare la figlia del sole, e dell’esistenzialista ortodosso Nikolaj Berdjaev.

C’è una lezione nel culto di Pachamama da parte di una chiesa estenuata. Cercano, senza trovarla nella redenzione, la fede che hanno perduto. E‘ smarrita la lezione di un grande cristiano, Lev Tolstoj: “un uomo senza fede è uno storpio spirituale e morale. Può vivere solo grazie agli adattamenti artificiali: i divertimenti, l’arte, la libidine, l’ambizione, la cupidigia, la curiosità, la scienza.” Idoli.

Fonte: Accademia Nuova Italia

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