Folau, il campione perseguitato perché cristiano

Troppo cristiano per giocare a rugby. Perché Israel Folau non è un cristiano all’occidentale, abituato a relativizzare i valori. No, lui è un ragazzo semplice cresciuto nella periferia di Sidney, i suoi genitori vengono da un’isola delle Tonga: e insomma se legge una cosa nella Bibbia pensa che sia vera.

È la sua fede, non la nasconde ma nemmeno cerca di imporla al prossimo. Ma nel mondo del politicamente corretto a venire lapidato è lui: che viene cacciato dal mondo in cui è cresciuto e vissuto, dallo sport che lo ha strappato agli slum della periferia. Stava preparandosi per i mondiali in Giappone del prossimo settembre, tranquillo del posto da titolare con la maglia numero 15, anche perché nessuno nella nazionale australiana ha segnato più mene di lui. Invece i mondiali li guarderà in televisione. E anche il suo club, i Waratahs di Sidney, ha annunciato il suo licenziamento in tronco, anche se è il recordman di tutti i tempi delle mete in campionato. Fuori. A fare traboccare il vaso è stato il post di Izzy – il suo soprannome – su Instagram di mercoledì scorso. «Attenzione! Ubriaconi, omosessuali, adulteri, bugiardi, ladri, fornicatori, ladri, atei, idolatri. L’inferno vi aspetta. Pentitevi. Solo Gesù è il Salvatore». A scatenare l’indignazione non è stata ovviamente l’invettiva contro i bugiardi o gli etilisti, ma l’inserimento dei gay nelle categorie destinate al fuoco eterno.

Le parole citate da Folau non sono però una sua sconsiderata invenzione, ma semplicemente una sintesi di ciò che san Paolo scrive nella prima lettera ai Corinzi: «Non sapete che gl’ingiusti non erediteranno il regno di Dio? Non v’illudete; né fornicatori, né idolatri, né adúlteri, né effeminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriachi, né oltraggiatori, né rapinatori erediteranno il regno di Dio. E tali eravate alcuni di voi; ma siete stati lavati, siete stati santificati, siete stati giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e mediante lo Spirito del nostro Dio».
Quindi il senso di quelle parole dovrebbe essere condiviso da ogni buon cristiano, altrimenti può pure cambiare religione e affidarsi a quela arcobaleno.
Non è la prima volta che rugby e religione entrano in dirittura di scontro: negli anni Ottanta fece scalpore il caso di un All Blacks che rifiutava di giocare alla domenica, giorno sacro al Signore. Ma il caso Folau esplode in un mondo assai cambiato, dove la battaglia alle discriminazioni di genere prevale sul diritto di ciascuno di professare apertamente la propria fede.

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Folau con la moglie Maria campionessa di Netball

Nel decidere la sua cacciata per motivi religiosi un ruolo importante – e forse decisivo – lo hanno avuto gli sponsor dei Wallabies, la nazionale australiana. Prima la Land Rover, che ha costretto Izzy a restiturie la vettura omaggio che aveva ricevuto come tutti i giocatori. Poi la Qantas, lo sponsor principale: il cui amministratore delegato, Alan Joyce, è dichiaratamente gay. Di fronte alle pressioni di quelli che mettono la grana, la federazione australiana si è arresa. «Il contenuto del post di Folau è inaccettabile» ha fatto sapere con un comunicato. «Esso non rappresenta i valori dello sport ed è irrispettoso dei membri della comunità rugbistica». L’indomani, Folau ha incontrato i vertici. «La nostra posizione non è cambiata», ha detto la federazione.
Interpellato dal Sydney Morning Herald sulla possibilità di lasciare il rugby professionistico, Folau ha risposto che farà la volontà di Dio: «Il rugby è importante, ma la mia fede in Gesù Cristo viene prima».
E’ ormai evidente come l’ideologia LGBT si stia sempre più trasformando in qualcosa di totalitario che non ammette che qualcuno possa esprimere un’opinione diversa dai loro diktat, specialmente se si tratta di qualcosa che si trova scritta nella Bibbia e se a parlare chiaro è un cristiano vero che non relativizza i valori.

Onore al coraggio e alla Fede Di Folau!

Aggiornamento 27 giugno 2019

Dopo il licenziamento Folau ha citato in giudizio la federazione rugby australiana, sostenendo di essere stato discriminato per le sue idee religiose. Inoltre, per far fronte alle spese legali, ha aperto una pagina sul sito web di raccolta fonti GoFundMe, ma mentre la sottoscrizione era già in corso, ed erano stati raccolti fondi per circa 500 mila euro, il sito ha deciso di chiudere la pagina di Folau.

«La pagina viola le nostre regole e quindi tutte le donazioni saranno rimborsate» ha precisato la direzione di GoFundMe. «Come società siamo coinvolti nella battaglia per l’uguaglianza delle persone Lgbt e per favorire l’inclusione sociale. Pertanto non possiamo tollerare quanti promuovono razzismo e discriminazione sul nostro portale» ha dichiarato il portavoce del sito, Nicola Britton.
«Ogni australiano dovrebbe poter praticare la propria religione senza temere di essere discriminato sul posto di lavoro» ha replicato Folau, nei confronti del quale comunque è arrivata in soccorso l’Australian Christian Lobby, organizzazione che ha messo a disposizione del giocatore un’ingente cifra da destinare alle spese legali ed ha a sua volta aperto una sottoscrizione, raggiungendo in poco tempo una cifra più che doppia rispetto a quella che era stata raccolta su GoFundMe.
«Donate generosamente per aiutare Israel Folau a difendere la libertà religiosa» chiede, a nome dell’Australian Christian Lobby, Martyn Iles, managing director di ACL.
A partire dalla vicenda del giocatore si sta quindi disputando una partita che va al di là del caso specifico e chiama in causa la libertà di espressione e di religione.

Da parte sua Folau riassume così l’intera storia sul sito dell’Australian Chriastian Lobby, riproponendo lo stesso messaggio che aveva scritto per GoFundMe: «Il mio nome è Israel Folau e fino a poco tempo fa giocare a rugby era la mia fonte di sostentamento. Ho avuto l’onore e il privilegio di rappresentare il mio paese nel campo sportivo, qualcosa di cui sarò per sempre grato. Sono anche un cristiano e la mia fede è la cosa più importante della mia vita. Cerco di vivere secondo la Bibbia e credo che sia mio dovere condividerne la parola. All’inizio di quest’anno ho caricato sulla mia pagina Instagram alcuni messaggi tratti dalla Bibbia. Credo che condividere la Bibbia sia un atto di amore e compassione. So che alcune persone non amano la Bibbia o non ci credono. In effetti, ciò che rende il nostro paese meraviglioso è che abbiamo una comunità tanto diversa, composta da così tante culture e valori differenti. Ma la mia fede mi definisce come persona e non credo sia giusto che io venga punito per le mie convinzioni religiose. Purtroppo, dopo che ho caricato i messaggi tratti dalla Bibbia, i miei datori di lavoro, la nazionale australiana di rugby e la squadra dei Warathas, hanno rescisso i miei contratti. Di conseguenza ho perso il lavoro, il mio sostentamento e la possibilità di giocare per il mio paese. Sembra infatti che non potrò mai più giocare a rugby in questo paese. Io credo però che la risoluzione dei contratti sia illegale, motivo per cui ho avviato procedimenti legali contro la nazionale e la squadra dei Warathas. In risposta, la nazionale ha già detto che “destinerà risorse significative” per combattermi in tribunale. Anche se vinco, la federazione può fare appello. Ci sono tutte le possibilità che un banco di prova così importante possa richiedere anni e finire davanti all’Alta Corte dell’Australia. Mia moglie Maria e io abbiamo già speso più di 100 mila dollari australiani, solo per cercare di gestire i processi del tribunale interno alla federazione. Il denaro che chiedo servirà a finanziare il resto della mia azione in tribunale. So che mi sto mettendo in gioco (questa azione sarà molto costosa in termini di tempo, denaro e reputazione), ma non intendo fermarmi. Sarei molto grato del vostro sostegno. Potreste fare una donazione, secondo le vostre possibilità, a favore della mia azione legale? Ogni piccolo aiuto mi sosterrà. Grazie dal profondo del cuore».

Era forse pensabile che un giocatore di rugby si potesse arrendere senza combattere?

Fonti

Il Giornale

Aldo Maria Valli

2 pensieri riguardo “Folau, il campione perseguitato perché cristiano

  1. Ci troviamo nell’epoca in cui viene decantata la “libertà di parola” ma se ti permetti di dire qualcosa che va fuori dagli schemi ti sbattono fuori senza riguardi. Una società ipocrita e disgustosa.

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